Legalità e riabilitazione: issare le vele per cambiare rotta

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Massimo Abbate e Nino
Massimo Abbate e Nino

Il vento rappresenta da sempre il motore della sua vita e di tutti coloro che decidono di salire a bordo del progetto che vi stiamo raccontando. Francesca Andreozzi ha sempre navigato verso nuovi orizzonti, ma nel suo viaggio non è mai stata sola. Perché questa psicologa catanese, attivista sociale e trascinatrice d’intenti, ha dedicato tutta se stessa al mare, ancorando tra le onde il desiderio di riscatto di decine di ragazzini cresciuti tra i vicoli della delinquenza.
La sua storia professionale si svolge in barca a vela e, attraverso la bussola della riabilitazione non convenzionale, tende a drizzare i cuori di chi è annegato nel circuito della malavita e delle sue molteplici attività. “Le risorse del mare, del vento e della navigazione riescono a creare un setting unico – racconta Francesca, presidente del centro Koros – in grado di favorire la percezione di sé e dei propri vissuti emotivi, amplificando le dinamiche relazionali. La navigazione a vela, intesa come attività ludico-sportiva, è tesa allo sviluppo di nuove forme di integrazione, cooperazione e inclusione sociale: per questo è usata ormai da anni come strumento di supporto a percorsi educativi, formativi, riabilitativi e terapeutici, registrando ottimi risultati”.
Nasce così a Catania il progetto “Velegalmente” che, in diversi mesi di lavoro, ha visto giovani incagliati nello spaccio, nel furto, nella mafia, issare le vele per ritrovare una nuova ragione di vita. Dieci ragazzi a rischio hanno imparato a direzionare il timone per cambiare rotta, grazie al Centro Koros – l’equipe è composta da Francesca, psicoterapeuta sistemico relazionale; dall’istruttore di vela federale Massimo Abbate; dalla psicoterapeuta Stefania Paone e dall’avvocato Stefania La Porta – all’Unione italiana vela solidale (che ha siglato un protocollo nazionale con il ministero della Giustizia per lanciare il progetto-pilota proprio nel capoluogo etneo), alla Fondazione Giuseppe Fava e al supporto dei ragazzi di AddioPizzo e Libera: realtà quotidianamente impegnate nella diffusione e promozione della legalità, che intervengono tutte a titolo gratuito.
Questa esperienza è stata raccontata in un documentario, “Lo decide il vento” (che su youtube ha collezionato in pochi giorni oltre 3400 visualizzazioni), che si è piazzato tra i finalisti nazionali di un contest lanciato da Milano film fest. È storia di questi giorni, infatti, l’attesa cerimonia (che si svolge martedì 13 maggio in Cascina Cuccagna a Milano) per decretare il vincitore di “Are you series“, la manifestazione che dà voce al mondo del non profit italiano attraverso l’utilizzo di soluzioni creative e linguaggi innovativi.

Francesca Andreozzi
Francesca Andreozzi

Questo video che parla la lingua della Sicilia e delle sue periferie, firmato da Giuseppe Consales, racconta la storia di Nino, diciottenne di Librino che a 14 anni viene condannato e arrestato per spaccio e associazione, “dopo sei mesi di carcere – racconta Francesca – è stato affidato dall’Ussm (Ufficio di servizio sociale per minorenni) alla nostra associazione per avviare la riabilitazione sociale, che è avvenuta a bordo della barca a vela capitanata da Massimo. Nel percorso intrapreso insieme, Nino ha riscoperto l’etica, i valori, il piacere della condivisione, diventando testimonial di un mondo che può cambiare, può migliorare, può risalire lungo la scala della legalità. Con un’ambizione da coltivare: diventare anche mediatore culturale tra l’associazione che lo ha seguito e i ragazzi provenienti dall’area penale”.
Una storia senza sovrastrutture, dove non c’è fiction, dove non ci sono attori, ma solo i protagonisti di una realtà che sotto il vulcano si dipinge, purtroppo, di disagio, devianza, povertà, lotta alla sopravvivenza con ogni mezzo. Una storia che potrebbe diventare la prima di una web-series di dieci puntate, che raccontano l’educazione e l’inclusione sociale attraverso la voce di chi si è messo in gioco (il vincitore di “Are you series” avrà un budget di 60mila euro per la produzione dei docufilm).
“Imbarcarsi in un progetto di vela sociale – continua Andreozzi – vuol dire provare a gestire le emozioni, sperimentare le dinamiche del gruppo, seguire le regole, scoprire nuove competenze, aumentare quel livello di autostima al di sotto del quale è facile perdersi seguendo la scia delle cattive frequentazioni. Per educare alla legalità affrontiamo il tema in modo concreto e diretto, partendo da quello che viene accettato e condiviso quando siamo in barca (autorità, cooperazione, solidarietà, il rispetto per se stessi e soprattutto per gli altri) e cercando di applicarlo ogni giorno, nella quotidianità, anche sulla terraferma”.

Progetto Velegalmente
Progetto Velegalmente

“Entrare a far parte dell’equipaggio, così com’è stato per Nino – conclude la giovane presidente, che fino ad oggi ha autofinanziato il progetto insieme a chi ha creduto in questa nuova frontiera terapeutica – vuol dire sperimentare il valore dello stare insieme attraverso lo sport e uno stile di vita sano: dall’idea di gruppo finalizzato a delinquere e radicato in determinati ambienti del nostro territorio, a quello di squadra, dove la collaborazione è fondamentale e l’intervento di ognuno conduce alla navigazione, alla scoperta, all’andare oltre”.
Ad aprile è partita la seconda edizione di Velegalmente, “Il percorso – racconta Massimo, al timone del progetto – si svolge in barca e non solo, prevede infatti dei momenti di formazione, incontro e confronto con gli enti partner, quotidianamente impegnati nella diffusione della cultura della legalità, con l’obiettivo di offrire ai giovani un’opportunità di crescita basata su valori quali il rispetto e la convivenza civile, competenze basilari per poter vivere dignitosamente e cercare il proprio ruolo all’interno della società”. Uno dei momenti cardine dell’iniziativa sarà la Veleggiata per la Legalità, in programma il prossimo 25 maggio al porto di Catania, che coinvolgerà, oltre che i destinatari ed i partner del progetto, circoli nautici, scuole e associazioni del territorio. Tutti insieme, “di bolina per risalire il vento”.
“La barca a vela, che vede a lavoro un team multidisciplare – continua Massimo – diventa un acceleratore sociale, in cui le dinamiche relazionali si amplificano; la navigazione, la vita di bordo diviene un contesto in cui la persona prende decisioni e si confronta con situazioni improvvise ed impreviste, facendo delle scelte in rapida sequenza, in vista di un obiettivo condiviso: arrivare in porto”.
Perché “sul mare non è come a scuola, non ci stanno professori. Ci sta il mare e ci stai tu. E il mare non insegna. Il mare fa, con la maniera sua (Erri De Luca)”.
Ecco l’equipaggio di chi, attraverso il vento, spinge legalità. Educazione. Solidarietà.
Assia La Rosa

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