Il custode dei semi antichi

il

Giuseppe LI ROSI

È un siciliano che ama la terra, la sua terra. E che su quest’ultima ha scommesso il futuro. Della sua famiglia; di tutti noi. Perché Giuseppe Li Rosi, imprenditore agricolo di Raddusa, tra miniere di zolfo e cave di gesso nelle aspre ed assolate colline della Sicilia, ha sfidato le multinazionali per diventare custode di cultura, garante di identità antiche, depositario di tradizioni in estinzione.
Figlio di agricoltori, il quarantanovenne cresciuto a pane e tradizione, ha prima abbandonato i campi per iscriversi all’università, ritornando poi a manovrare la sua trebbiatrice, riponendo in tasca la sua laurea in Lingue: “Ho fatto un giro largo per tornare tra i miei campi – racconta – ma con uno spirito diverso, con la voglia e la convinzione di riconvertire la produzione del grano autoctono per ravvivare e ricostituire quel comparto cerealicolo ormai figlio di un presente industrializzato”. Così, prendendo in eredità tutti i segreti tramandati da tre generazioni di agricoltori, Giuseppe ha iniziato la sua battaglia contro la modernità, contro quei meccanismi globali e profittevoli, che hanno impoverito e modificato la varietà genetica, aumentando la vulnerabilità agricola e, a caduta, tutto il sistema della produzione.  La sua ribellione per opporsi – in nome di una storia di oltre novemila anni tutta siciliana – alle logiche dei “padroni” sementieri e al grano iperproteico, inizia più di dieci anni fa, nei 250 ettari di famiglia: è lì che l’imprenditore-contadino, già commissario straordinario della Stazione Sperimentale di Granicoltura per la Sicilia di Caltagirone (una vera e propria banca del seme), recupera varietà di grani antichi, li conserva, riproduce, scambia e trasforma i suoi prodotti per riportare la biodiversità non solo nei campi ma anche in tavola. “Ho iniziato a seminare in biologico una prima popolazione di grano antico, la tumminìa (la pregiata Timilìa) – spiega Li Rosi – ho introdotto altre popolazioni di grano come margherito, sicilia, tunisino, un tenero chiamato maiorca e il farru longu: semi che erano scomparsi e che sono stati recuperati”. In contrapposizione ai modelli intensivi della coltivazione “in purezza” (oltre i 50% del frumento coltivato in Sicilia è di un’unica varietà), Li Rosi rifugge dalla standardizzazione, dall’omologazione, da fertilizzanti e pesticidi, dall’efficienza dei tempi di produzione, dall’alta resa, dall’idea di natura svilita, plastificata e sacrificata dalle logiche economiche: “Questo pane è il mio, e so che cosa c’è in questo pane, conosco il seme del grano che ho seminato io, il lievito naturale che ho utilizzato io. E so che cosa c’è in questo pane, perché lo debbo dare anche ai miei bambini…”.
Partito con pochi “chicchi”, il custode della terra – che per anni ha seminato i suoi grani antichi di nascosto, come fosse marijuana (“perché temevo sospendessero i contributi europei, che imponevano l’utilizzo di varietà registrate dell’industria sementiera”), ha recuperato ben 49 semi e oggi è diventato anche produttore di prodotti finiti – farina, pasta e biscotti – rigorosamente biologici,  «digeribili, pieni di sapore e odore», con l’etichetta Terra e Tradizioni: “L’incontro, durante le vacanze estive, con Angelo: un mastro pastaio emigrato anni prima da Raddusa – sottolinea Giuseppe – fa nascere l’idea di valorizzare i grani locali trasformandoli in pasta. Abbiamo iniziato a individuare insieme le peculiarità dei grani e dopo varie prove, abbiamo presentato per la prima volta sul mercato i primi prodotti fatti con Timilìa, Maiorca, Strazzavisazz e Russello che da subito hanno suscitato interesse tra i consumatori (oggi è la quinta azienda in Italia, ndr)”.
Ma le sfide sono molte e anche ambiziose: “Lo chiamiamo miglioramento genetico partecipativo o agricoltura “liquida” – conclude Li Rosi – e si propone di coltivare i campi con un miscuglio di 5000 varietà di frumento tenero: una esplosione di biodiversità mediterranea che ci riconnette con la madre terra. Qui, dalle mie parti, pensano che io sia folle, ma il tempo mi inizia a darmi ragione: dall’anno scorso a oggi ho avuto un incremento della produzione  del 50%, con 31 quintali di grano per ettaro”.  Una spiga che si sgrana tra le mani, il fruscio delle piante sulle gambe, il vento che si trasforma nella colonna sonora della natura: “Io quando semino un grano antico semino il futuro“.
Assia La Rosa

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Gerlando Palillo ha detto:

    Di ‘Giuseppe Li Rosi’ ce ne vorrebbe una popolazione intera. La ricchezza della vita è nella Grande Madre Terra di Sicilia. L’idea di rivalutare le colture tradizionali dei prodotti del passato vale quanto una miniera. Ma oggi i prodotti d’eccellenza non hanno il giusto prezzo per l’introduzione sul mercato di enormi quantità’ di prodotti similari provenienti da terre lontane e di dubbia qualità. In questo modo crollano i prezzi e piano piano anche la volontà della classe contadina ormai in via di estinzione dal comparto che senza rimpiazzo va a morire. Comunque vale sempre la pena credere in questa grande idea con tenacia e determinazione, perchè l’alta qualità del prodotto e l’onestà dei siciiani si spera abbiano un avvenire. . .

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